Ispezioni in 13 grandi aziende italiane

La Procura di Milano ha avviato controlli su 13 big della moda italiana per verificare la regolarità delle filiere produttive,
a seguito di indagini su sfruttamento e lavoro irregolare.

Le verifiche potrebbero portare ad amministrazioni giudiziarie o accuse di caporalato,
con un messaggio chiaro al settore: più controlli, più trasparenza.

Moda e legalità: quando la filiera produttiva finisce sotto controllo

Il procedimento nasce in seguito a precedenti indagini che hanno messo in luce episodi di lavoro irregolare,
in particolare tra lavoratori di origine cinese, sottopagati, costretti a lunghe ore di lavoro in condizioni
igieniche precarie e privi di contributi previdenziali e tutele.

L’obiettivo implicito delle ispezioni è stimolare una regolarizzazione interna e garantire che le aziende
applichino controlli efficaci lungo tutta la catena produttiva.

Gli scenari possibili che potrebbero emergere dalle verifiche sono due:

  1. Amministrazione giudiziaria, basata sul Testo Unico Antimafia, finalizzata a costruire filiere
    “sane” di fornitori, in presenza di controlli ritenuti insufficienti lungo la catena produttiva.
  2. Accusa di caporalato, secondo la legge 231, che potrebbe coinvolgere direttamente i manager
    responsabili, con procedimenti in sede penale.

Il caso richiama precedenti commissariamenti di brand di lusso come Alviero Martini, Armani, Valentino e Dior,
dove l’amministrazione giudiziaria è stata applicata per la mancanza di controlli efficaci sulla filiera.

Nel caso di Tod’s, invece, le accuse hanno coinvolto direttamente il livello manageriale,
con contestazioni di caporalato.

Le autorità puntano a fermare pratiche di sfruttamento e a garantire maggiore trasparenza nella moda italiana,
con particolare attenzione a fornitori e subfornitori dei grandi marchi.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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